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Un felino su 5 può considerarsi obeso. Un nutrizionista vi aiuta a "badargli".


Quando si parla di gatti, l’immagine evocata è quella di un animale agile e scattante, dal corpo sinuoso e snello, capace di acrobazie e giochi di equilibrio con una leggerezza impressionante. Il gatto domestico spesso si allontana da questo ritratto e non è raro osservare gattoni che portano pesantemente a spasso 10-15 chili di grasso. Un felino su 5, del resto, presenta caratteristiche vicine all’obesità.
Il Salvagente, in edicola questa settimana, decida un test a 15 scatolette per gatti a base di carne tra le più diffuse e chiede anche al professor Pierpaolo Mussa, nutrizionista della Siana (Società italiana di alimentazione e nutrizione animale) una serie di consigli utili ai “conviventi” con i 7 milioni di felini che trovano ospitalità nelle case italiane.
“Se le calorie debordano di molto dai valori di riferimento il rischio obesità esiste”, conferma il professore. “Purtroppo, trattandosi di un male ‘subdolo’, come malattia è decisamente sottostimata. Ed è molto difficile far accettare ai padroni l’idea di mettere a dieta il loro gatto”.
  
In Italia che dimensioni ha il fenomeno?
I dati al riguardo sono molto disomogenei proprio perché si tratta di una malattia che spesso non viene diagnosticata, comunque circa il 15-20% dei gatti cittadini è obeso. E l’obesità è madre di molti altri mali come il diabete, problemi al cuore, al fegato, ai reni oltreché alle articolazioni con il sopraggiungere dell’artrosi.
 
Le aziende che producono mangimi per gatti hanno delle responsabilità?
Certamente consigliare come dose giornaliera 400 grammi di pappa è troppo. Per un gatto che vive in casa, magari sterilizzato, che quindi si muove poco o niente, 200- 250 grammi di pappa umida vanno più che bene. Lo stesso discorso vale per le calorie: basta considerare che a una gatta in gestazione ne occorrono circa 330. Per un gatto normale e sedentario, tipo il persiano, vale la proporzione 60 Kcal per kg di peso. Naturalmente è impossibile dare dei numeri fissi, la necessità energetica varia a seconda della razza e del tipo di vita: il rapporto sale a 80 Kcal per kg nel caso di un gatto molto dinamico, tipo il siamese, e con la possibilità di uscire all’esterno.
 
Anche i livelli di proteine e grassi delle scatolette sono risultati molto superiori alle tabelle nutrizionali di riferimento.
Va ricordato che il gatto è carnivoro, per cui non ci sono mai “troppe proteine”. Piuttosto è preoccupante quando si scende sotto il livello minimo consigliato che, secondo la tabella fornita dalla Fediaf (European Pet Food Industry), è pari al 25% della materia secca. Detto questo, un alimento troppo sbilanciato con proteine e basta, non va bene. Almeno non da solo. Il gatto ha bisogno di vitamine, sali minerali, calcio e di una fornitura minima, pari a circa l’1%, di acidi insaturi come l’acido linoleico, presente nel pesce e nell’olio di semi, e l’acido arachidonico.
 
Meglio i croccantini o i bocconcini?
Non c’è un migliore in senso assoluto. Il cibo umido ha dalla sua il vantaggio di contenere l’acqua e fornire così l’apporto di liquido necessario. Entrambi comunque dal punto di vista nutrizionale sono sufficientemente equilibrati.
  
Le pappe fatte in casa non sono più sicure?
La dieta casalinga è a rischio perché è difficile che dentro ci sia tutto quello di cui il gatto ha bisogno.
In pochi sanno per esempio che nella ciotola del nostro micio è bene aggiungere l’olio di fegato di merluzzo, il lievito di birra, nonché cuocere le ossa che forniscono calcio e fosforo. Anche la pelle degli animali fa bene in quanto ha una funzione simile a quella della fibra.
Per garantire un’alimentazione il più possibile completa dovremmo, insomma, imitare il comportamento del gatto selvatico che della sua preda si mangia tutto. Importantissimo è anche il pesce, ben digeribile e fornitore di acidi grassi insaturi che sono precursori di ormoni: il loro effetto è visibile nel pelo del nostro amico a quattro zampe, che appare più lucido e setoso.
 
Barbara Liverzani

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